Mi accorgo, mentre mi accingo a scrivere di Carlo Criscione, e sia pure en abrege, di saperne poco o nulla. Il poco o pochissimo che so lo devo a un suo estimatore, Salvatore Elia, il quale appena l’altro ieri, e’ venuto inopinatamente a trovarmi, mi ha fatto vedere dei quadri e mi ha parlato di questa mostra ragusana come di un piccolo, tardivo risarcimento ad un pittore non piu’ giovanissimo e vissuto quasi sempre nell’ombra. Se fossi in vena di paradossi, alla Borges, potrei fingere, addirittura, per quanto mi riguarda, una nota a un pittore inesistente, inventata di sana pianta, ed e’ probabile, comunque, date le circostanze, che in quel che diro’ s’insinui una dose, forse eccessiva, di arbitrio. Adesso, tuttavia, ho davanti a me le foto dei dipinti che saranno esposti al pubblico – o almeno d’una parte di essi, i piu’ recenti – e da qui conviene ricavare una breve riflessione, abbozzare una minima proposta di lettura.
Nature morte, paesaggi, qualche ritratto: sono questi i temi che ci offre Criscione. E come nei paesaggi non e’ difficile riconoscere scorci iblei abbastanza familiari, cosi’ nelle natire morte e nelle figure umane o nei ritratti il punto “oggettivo” di partenza, al di la’ della stilizzazione, non e’ mai cancellato. Il risultato e’ pero’ di un’astrazione visionaria e surreale, ottenuta attraverso il parossismo orgoglioso e spavaldo dei colori.
Talora, questa trasfigurazione fantastica del mondo (di una stazione ferroviaria, di una campagna osservata da un belvedere o da una finestra che diventa, essa stessa, un elemento decorativo) sembra tradire il gusto ingenuo del naif, ma poi, per esempio nelle natire morte si arguisce che il candore di Criscione e’ voluto, che al suo linguaggio apparentemente istintivo ed emozionale non manca un retroterra di cultura (il ricordo, mettiamo, della pittura italiana, del secondo dopoguerra, di un Gattuso, di un Migneco…).
Infine, dietro la visivita’ un po’ compiaciuta, esplosa in superficie, che e’ la cifra del nostro artista, affiora un inquietudine, un assillo segreto, segnalato, se non sbaglio, proprio dalle molte figure umane, dalla loro pesantezza, dai loro occhi chiusi o, piu’ spesso, sbarrati, fissi, pensosi. Come se quello smagliante e fantasmagorico gioco cromatico fosse una sorta di smembramento, un invito ad immergersi, nonostante tutto nello spettacolo della natura, ad abbandonarsi ancora una volta alla favola della vita.
Nunzio Zago (Comiso)
Febbraio 2004