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Salvatore Fiume

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Salvatore Fiume

Image via Wikipedia

 

Le esperienze giovanili (1915-1949) 

 

Salvatore Fiume nacque a Comiso, in Sicilia, il 23 ottobre 1915. A sedici anni, grazie al suo talento ed alla sua passione per l’arte, vinse una borsa di studio per frequentare il Regio Istituto d’Arte del Libro di Urbino, dove apprese le tecniche della stampa, dall’incisione alla litografia. Terminati gli studi nel 1936, si trasferì a Milano, dove entrò in contatto con intellettuali ed artisti della levatura di Salvatore Quasimodo, Dino Buzzati e Raffaele Carrieri. A ventitré anni, nel 1938, Fiume si trasferì ad Ivrea, dove divenne art director di una rivista culturale voluta e seguita da Adriano Olivetti, Tecnica e organizzazione; in questi anni realizzò la sua prima opera letteraria di successo, il romanzo Viva Gioconda!, pubblicata a Milano nel 1943 dall’editore Bianchi-Giovini.

 

Volendo dedicarsi soprattutto alla pittura, sebbene l’ambiente letterario che frequentava fosse stimolante, nel 1946 lasciò Ivrea per stabilirsi a Canzo, non lontano da Como, in una filanda ottocentesca dove iniziò il suo intenso e poliedrico percorso di ricerca oltre che nella pittura, anche nella scultura e nell’architettura. Nello stesso anno, a Milano, presentò una serie di disegni a tempera e a china al poeta e critico d’arte Raffaele Carrieri ed al pittore e scrittore Alberto Savinio, fratello dell’ormai affermato pittore metafisico Giorgio de Chirico, che ne rimasero entusiasti.

 

Le prime commissioni importanti (1949-1962) 

 

La sua prima esposizione ufficiale, che comprendeva le opere Isole di statue e Città di statue e che gli permise di suscitare molto interesse presso la critica e di prendere contatti con istituzioni artistiche e culturali a livello mondiale, si tenne nel 1949 alla Galleria Borromini di Milano; qui fu acquistata un’opera del pittore sia dal direttore del Museum of Modern Art di New York, Alfred H. Barr Jr., per esporla nel proprio museo, sia dalla collezione Jucker di Milano. L’anno successivo, nel 1950, fu invitato dalla Biennale di Venezia ad esporre il trittico Isola di statue, il che gli fruttò una pagina sulla rivista americana Life.

 

Nello stesso anno fu invitato dall’architetto Gio Ponti a realizzare una grande opera di 48×3 metri che sarà collocata nel salone di prima classe dell’Andrea Doria, il famoso ed elegante transatlantico affondato nel 1956 al largo di Nantucket, nel Massachusetts. La grande tela, dal titolo Le leggende d’Italia, rappresentava un’immaginaria città rinascimentale ricca di capolavori italiani del Quattrocento e Cinquecento.

 

Già dal 1949 stava lavorando ad un ciclo di dieci grandi dipinti, commissionato dall’industriale Bruno Buitoni Sr, dal titolo Le avventure, le sventure e le glorie dell’antica Perugia, che terminò nel 1952; da queste opere si intuisce l’interesse di Fiume per la pittura rinascimentale, in particolare di Piero della Francesca e di Paolo Uccello. Nel 1953 gli furono commissionate dalle riviste newyorkesi Life e Time delle opere rappresentanti una storia immaginaria di Manhattan e della baia di New York, rielaborate dal pittore come isole di statue.

 

I viaggi attraverso il mondo (1962-1997)

 

Iniziò quindi per il pittore una fase di contatti, viaggi ed esposizioni per tutto il mondo. Tali viaggi ebbero per Fiume un’importanza notevole nella raccolta di impressioni, suoni, forme e colori di culture antiche e moderne, che accrebbero la sua personalità artistica fornendogli materiale per l’espandersi di un immaginario globale, ma sempre disciplinato dalla preponderante lezione della classicità mediterranea.

 

Nel 1962 una mostra itinerante di cento quadri di Fiume toccò diversi musei della Germania, tra i quali quelli di Colonia e Ratisbona. Nel 1973, insieme all’amico fotografo Walter Mori, Fiume si recò nella valle di Babile, in Etiopia, dove dipinse alcune sue ‘isole’ su un gruppo di rocce, usando vernici marine anticorrosione. Un modello di una sezione di queste rocce a grandezza naturale fu realizzato da Fiume per la grande antologica del 1974 al Palazzo Reale di Milano; tale modello riempiva quasi interamente la grande sala delle Cariatidi. Alla stessa mostra fu presentata per la prima volta la Gioconda Africana, ora custodita nei Musei Vaticani.

 

Nel 1975 il comune calabrese di Fiumefreddo Bruzio accettò la proposta di Salvatore Fiume di rivitalizzare gratuitamente il centro storico con alcune sue opere. Il pittore dipinse, quindi, tra il 1975 ed il 1976, alcune pareti interne ed esterne dell’antico castello semidiroccato, e, nel 1977, la cupola della cappella di San Rocco. Negli anni novanta collocò una scultura di bronzo in ognuna delle due piazze panoramiche di Fiumefreddo.

 

Seguirono diverse mostre: nel 1985 quella a Castel Sant’Angelo a Roma; nel 1987 la mostra De Architectura Pingendi allo Sporting d’Hiver di Monte Carlo inaugurato dal principe Ranieri di Monaco; nel 1991 alla Mostra internazionale di architettura a Milano, al Palazzo delle Esposizioni; nel 1992 a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma. Nel 1993 Fiume visitò i luoghi in cui aveva vissuto Gauguin in Polinesia; donò anche un suo dipinto al Museo Gauguin di Tahiti in omaggio al grande maestro francese.

 

Salvatore Fiume morì a Milano il 3 giugno 1997. Sue opere sono conservate in alcuni dei più importanti musei del mondo, tra i quali i Musei Vaticani, l’Ermitage di San Pietroburgo, il Museum of Modern Art di New York, il Museo Puškin di Mosca e la Galleria d’arte moderna di Milano.

 

Teatro e letteratura

 

Altro elemento che attesta la poliedrica creatività di Salvatore Fiume sono le esperienze che collezionò nella sua carriera di sensibile interprete del mondo che lo circondava. Come scenografo teatrale, dal 1950 al 1960, lo troviamo protagonista al Teatro alla Scala di Milano (scene e costumi per La vita breve di Manuel de Falla), al Covent Garden di Londra, al Teatro dell’opera di Roma ed al Teatro Massimo di Palermo.

 

La sua attività di scrittore iniziò nel 1943 con il romanzo Viva Gioconda! . In seguito Fiume pubblicò altri due romanzi, molti racconti, diverse commedie, una tragedia e due raccolte di poesie. Il suo libro Pagine libere, del 1994 contiene osservazioni molto personali sulla vita e sull’arte. La sua attività di narratore, poeta e drammaturgo gli valse, nel 1988, la laurea ad honorem in Lettere Moderne presso l’università di Palermo.

 

Scultura

 

Come scultore Fiume debuttò nel 1994 con un’esposizione per la Galleria Artesanterasmo di Milano. In realtà le sue prime esperienze furono alcuni bassorilievi in gesso risalenti agli anni quaranta. In seguito utilizzò anche altri materiali come il vimine, la ceramica, il bronzo, il marmo, e la resina. Una serie di esperienze che avevano visto la realizzazione di sculture in marmo, su bozzetto di Fiume, con l’uso di tecniche meccaniche portarono l’artista a desiderare di realizzare le proprie sculture senza più mediazioni. Così, all’età di 79 anni, Fiume realizzò personalmente sculture di notevoli dimensioni, come Le tre grazie, dal modello in plastilina alla forma definitiva in resina policroma: un impegno estremamente faticoso che, a detta dei famigliari, contribuì anche a minare la salute dell’artista. La sua produzione comprende opere in pietra, bronzo, resina, legno e ceramica, alcune delle quali di grandi dimensioni, come la statua di bronzo al Parlamento Europeo di Strasburgo, i gruppi in pietra degli ospedali San Raffaele di Milano e di Roma e il gruppo bronzeo per la Fontana del Vino a Marsala. Una mostra all’aperto delle sue sculture fu ospitata nel 1995 dal Centro Allende di Spezia.

 

 

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Collecting Art – A Matter of Perspective

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Collecting fine art is all a matter of personal perspective. What appeals to one individual might not necessarily appeal to another. However, there are two prevailing schools of thought when collecting fine art: the first is, you should learn to buy what you love; the second is, you should learn to love what you buy.

Since there is no right or wrong answer to this debate and it is just a matter of personal preference, my first reaction is to say, buy what you love. With all due respect, you do not buy a couch or a bedroom set because it is a good investment, you buy it because it makes you feel comfortable. Whether you sit on it, lay on it, or sleep on it, the chances are, when you walk through the door you do not ponder if you made a sound investment.

Well, fine art is no different. In essence, it is a piece of wall furniture. Nothing more. If it makes you feel good then that is what really matters; and, you made the right choice.

I have a very close friend who just spent about $30,000 on a beautiful oil painting from a contemporary artist because it reminded her of her father. She asked me, did I do the right thing? As I answered, yes, the second question out of her mouth was, will I ever get my money out of it? My answer was simple: will you ever get your money out of the living room set you bought? The conversation should have ended there, but it did not. She then asked, would you have done the same? My answer was honest and direct. No.

As for myself, I would have bought a masterwork: a Rembrandt etching; a Durer woodcut; a Picasso linocut; or, a Chagall lithograph. Not just because of the return on investment, but because I love masterworks. For me, it has mostly been about possessing a piece of history.

In my mind, fine art, no matter how fine, is a piece of wall furniture: still glorious; beautiful; personal; and, comfortable. A masterwork, however, because of its place in history is a piece of wall property; and, to me, that is what makes masterworks so appealing.

Far be it from me to judge anyone’s taste in fine art. I cannot even follow the simple math when it comes to paint-by-numbers. But with so much importance put on the new millennium catch phrase ROI or Return on Investment, it is much to my benefit that collecting masterworks is my preference.

The expression, if you buy what you love then you can never go wrong, is ultimately true. Collecting fine art is a deeply personal decision. But, regardless of your fine art collecting habits, if you do not feel richer as the work of art hangs on your wall, then you have made the wrong decision.

For B. Mathew Are, collecting and selling art has not only been a way to make a living, it has also been a way of life. Durerpost inherited its name because Albrecht Durer’s place in art history, but the author’s love for masterworks and fine art is all encompassing. Please feel free to visit us at http://www.durerpost.com/.

Article Source: http://EzineArticles.com/?expert=B._Mathew_Are

Article Source: http://EzineArticles.com/6905099

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About Carlo’s Art

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Carlo Criscione feels painting epidermically his color which is the predominant gene of his artistic expression, organ genetical strength, that organizes and restructures the color and gives to the color that formal plastic character with a sunlight.

Without doubt the inspiration of every artist, is that to near the ideal expression of the object, that universal ideal that unites the I empirical with the creative vision. Criscione tries to feel painting as end to itself and in itself, this is possible only across the color a focal point of the primitive strength, from whom the universal energy is produced. In his paintings, the color becomes common denominator, his visual emotions, give him the possibility to reach the necessary plastic statement with the harmony of chromatic values.

Gianna Pagano Paolino
(Art critic)

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Una esposizione ragusana del 1987

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All’inizio del secolo si diffuse per l’Europa intera, ma in Francia più, che altrove, il gusto per lo studio e la scoperta dell’arte primitiva negra – africana.

Francia vuoi dire soprattutto Parigi, a ragione considerata allora la capitale della cultura europea tout-court e la mitica città delle mille esperienze, le più esaltanti dell’arte contemporanea. Si pensi alla schiera di grandi pittori che in quel periodo vi elessero domicilio ideale, quando non addirittura vero reale fisico.

Dicevamo del fascino per l’arte primitiva, che veniva dall’Africa nera: totem, maschere di guerra, maschere propiziatrici, divinità semitiche, oggettistica varia, persino scudi di guerra variamente decorati a motivi geometrici. Ebbene la diffusione dì questi archetipi ebbe un rilievo profondo, insieme al perdurare del mito del buon selvaggio, su tutta la cultura più avanzata dell’epoca, ma più ancora per l’influsso sull’arte pittorica dei primi anni del secolo. Si pensi al giovane Picasso ancora preso dall’espressionismo di Lautrec e Gauguin, che cambia poetica espressiva e si volge con entusiasmo alla semplice volumetria e geometria della pittura negra. Lo stesso avviene per Modigliani proprio nei suoi anni più fervorosi di opere e di studi. Non citiamo gli altri.

Tutta questa produzione iconologia, che deforma espressivamente il vero modello reale, ha avuto per Carlo Criscione più che uno stimolo, addirittura la forza dell’archetipo a cui ispirarsi per una esperienza figurativa piena di entusiasmi e di sommossi slanci pittorici.

Autodidatta, ma assistito da tanti maestri, da più lustri ci viene proponendo questa pittura personalissima piena di incantate stilizzazioni, che fanno delle sue grandi tavole o tele il fascino discreto di una decorazione dai colori vivaci e luminosi volta alla più smaliziata deformazione del vero per una resa più moderna dei dati pittorici della realtà. Per questo le sue ascendenze culturali più vicine comprendono Sutherland, ma anche Bacon, persino Matisse fino al nostro Baj. A loro ha chiesto ispirazione per la determinazione degli archetipi, non certo per una sterile imitazione; la sua pittura è, infatti, sincera, personale e nuova senza alcuna inclinazione a modelli di altri, però respira la stessa temperie, e in ciò sta la sua motivazione più vera, dell’arte moderna e contemporanea attraverso la poetica del surrealismo espressionistico, oggi forse, il filone più ricco di tanta arte contemporanea che prescinde in modo rigoroso dalle astruserie senza senso e dalle stravaganze neoavan-guardistiche, che ormai hanno fatto il loro tempo. Il mondo pittorico di Cario Criscione, il suo universo iconografico comprende soprattutto ritratti e figure antropomorfe femminili con qualche inclinazione agli animali più belli dal punto di vista rappresentativo, come il pappa-gallino su di una grande tela che gli ho visto qualche tempo fa.. Non dipinge quasi mai il paesaggio e pochissime volte la natura morta, se non come parte integrante di un quadro di figure. La sua predilezione come dicevamo, va al corpo femminile investigato in tutte le sue implicanze espressive e decorative con un disegno sapido e lineare, volutamente trascurando prospettiva e chiaroscuro, ma con una campitura a larghe zone di colori primari o puri con ascendenze a certo purismo cromatico proprio di tanta parte della pittura veneta del seicento o del settecento. Il corpo femminile dunque, ma a volte anche la figura dell’uomo, specie quando questa è destinata a sottolineare la presenza della compagna dell’uomo.

Come si vede, Carlo Criscione partecipa, perciò, della più moderna cultura figurativa e ha compiuto alcune ricerche formali decisive per la sua formazione, ma anche per la sua – definizione di un’arte maturar’e consapevole, che coinvolgono il suo destino personale di pittore e di creatore di fantasmi immaginifici per una iconografia espressionistica dell’arte contemporanea, che rappresenta l’impegno più importante di tutta la sua produzione d’arte.

 

Angelo Campo (docente d’arte)

1987

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Soul Train Tickets On Painter Carlo Criscione

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The following article has been taken from Winter 2004 edition of “Sicilia Parra”, bi-annual newsletter of “Arba Sicula”, Department of Languages and Literatures, St. John’s University, Jamaica, New York.

You can download the original article here:
Sicilia Parra – Winter 2004

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By Giuseppe Provenzano

As an art critic and historian it can be difficult, sometimes, to have to write about a painter whose works lay still on canvas awaiting a reply from the viewer. There is a process that goes on in one’s head by which, as it unravels in one’s mind spinning as if from a yam out of control, it begins to touch certain points connecting them in such a way until a certain meaning arises. Not a rational meaning of course, but a rather subtle and tenuous thought that, like the thread of the yam itself, begins to float weightlessly and, as it wanders in space, images and forms begin to appear. No labels therefore, no easy tags, the kind that immediately allow us to place anything and anyone in a given compartment, but rather tickets to an imaginary place where we are able to discover what the artist is trying to say from the depths of his soul. 

Nature, landscapes, still lives, a few portraits populate the production of Criscione’s work. A world that is clearly the one of his native places, distinctly Sicilian and even more distinctive of southeastern Sicily. In the southeast of Sicily, the comer that looks onto the long Mediterranean swells that arrive from Byzantium, light is different than the rest of the Island, the sea assumes much more intense shades of blue; one tends to pause, transfixed, when staring at this sea. It seems bigger in this part of the Island, rounder with the curvature of the earth more visible, deeper and then, as if by some mysterious workings the mind, one begins to talk to the sea and answers do come to the questions holding within them a message for the soul. Carlo Criscione, who was born in Ragusa in 1946, has spent his life in this comer of the world and it is only natural that this particular light and artistic muse should fill his art. 

We are not talking about a certain reading of Criscione’s work, but rather of a mysterious quality of the land that he is able to capture and, in a single composition, to portray it faithfully even when he is painting an urban landscape without sea. One could say this is intuitive work, a native talent, as if he were a nai’ve painter; yet it is obvious from the colorful strokes that he is a mature artist. The composition betrays his knowledge of the masters and his teachers alike, the juxtaposition of colors and shapes talk of a mind at ease in the play of geometrical schemes. His vision and ability succeed in abstracting from the real the essence of things and in this process he arrives to a representation that is nothing other than an invitation to a place of meditation.

Even when the world appears fantastically transfixed, as critic Nunzio Zago once stated of Criscione’s art, we still know at every given moment what is at stake when we look at some of his paintings. As we allow the eye to dive into the light and the sea of his paintings we pass beyond the apparent naivete of the artist and enter a realm in which we are one on one with nature; that nature that every Sicilian would be able to recognise because it is one with Sicilian life itself. 

We recognize it as an invitation to go on a trip and that, indeed, Criscione is inviting us on a voyage where we know almost exactly what awaits us upon arrival. It is not surprising therefore, that many of his paintings portray dissolving lines, forced perspectives leading to infinity, vanishing horizons, roads and railroads. They represent an emotional idiom about a pensive and meditative world, the one he lives in, the one he wants us to visit, which is the one we would find in Ragusa, of course, but also the universal world that makes us all who we are. A train journey to the depths of the soul where every painting is nothing but a ticket to ride. 

Carlo Criscione’s painting will be on exhibition in New York in the autumn of 2005. For a preview or more information you can visit the artist’s site at www.carlocriscione.com or contact our editorial office.

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